UNA TESTIMONIANZA DI ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE Quando a Bovisio si facevano i mattoni Il terreno ricco di argilla, situato nella parte centrale del pianalto delle Groane, favorì gli insediamenti delle fornaci per la produzione di laterizi. Erano una ventina le fornaci nelle Groane agli inizi del secolo, e tra queste, anche la nostra, divenuta col tempo un reperto di "archeologia industriale", una ex, come tante strutture inutilizzate e sostituite da abitazioni. Dagli archivi comunali è emersa solo la sua ubicazione, come risulta da una mappa degli anni '40, nella zona che costeggia la ferrovia e l'attuale campo sportivo di via Superga. Da alcuni documenti (due fatture per la fornitura di mattoni al comune) si può datare la sua fondazione agli inizi del 1900 ad opera della società Arrigoni e Soci. Nel 1925 divenne proprietà del Commenadator Luigi Solcia e C.Dopo la chiusura per gli eventi bellici ('40-'45) riprese l'attività ad opera dell'Ing. Emilio Solcia, che apportò moderne trasformazioni tecnologiche; fu collegata con binari alla ferrovia per trasporto dei manufatti e rifornimenti di carbone. Cessò poi la produzione nel settembre 1968. Nel 1970, ormai in disuso e abbandonata, metà della ciminiera crollò causando rotture alle falde del tetto. Cominciò così il degrado: crolli alle strutture già malandate, sterpaglie infestanti circondavano tutto il complesso; rimaneva però in "bella vista", quello che fu chiamato il "caminone" a testimonianza che un tempo non lontano esisteva un centro produttivo. Su una targa all'ingresso della fornace si leggeva: "lavorazione di laterizi a mano e a macchina, mattoni pieni e forati, coppi, funzionamento con impianto elettrico e molazze impastatrici". Il processo produttivo iniziava con l'escavazione, allora manuale, asportando prima il manto erboso del terreno e prelevando poi lo strato argilloso, e ciò avveniva nella zona delle collinette dellaMontina fino al 1961. Esauritosi il filone di argilla in questa zona, si passò all'estrazione ormai con draghe escavatrici nel terreno di proprietà Strada a Mombellino fino al 1968. Il trasporto dell'argilla, fino alla fornace, avveniva su rotaie della piccola ferrovia De Cauville (1) con un locomotore diesel trainante vagoncini ribaltabili.Seguivano le varie fasi di lavorazione: ibernazione, estivazione e sminuzzamento per la prima sgrossolatura dell'argilla. Questa fase, generalmente eseguita nei mesi autunnali, era seguita nei mesi primaverili da una ulteriore fase di sminuzzamento, che, affidata al calpestio dei manovali, necessitava di acqua prelevata dalle "foppe" per ridare all'argilla quella plasticità necessaria nelle successive fasi di lavorazione. L'impasto con molazze e la modellatura dei mattoni, con speciali trafilatrici e taglierine, completavano il primo ciclo di lavorazione (in tempi passati la modellatura del mattone si effettuava a mano in appositi stampi di legno). Il mattone crudo, lavorato sempre di costa per prevenire segni e rotture, veniva accatastato all'aperto negli appositi stenditoi (gambette) alti circa un metro, coperti da una piccola tettoia e chiudibili lateralmente constuoie di paglia (arelle) in caso di maltempo.Questa operazione avveniva per la prima fase di essicazione che durava una decina di giorni; veniva poi raccolto e accatastato in "cobbie" sotto le falde del tetto per essere introdotto nel forno (per la nostra fornace del tipo Hoffmann). Si passava alla cottura vera e propria nelle camere di combustione collegate da un unico collettore centrale con un camino di tiraggio. Tutti gli scomparti, il cui numero variava dal 16 a 18, erano muniti di condotti speciali e provvisti di aperture regolate da valvole per l'immissione di aria calda, alimentate da combustibile, prima con carbone Sulcis (2), in seguito con gasolio, immesso in appositi bocchettoni sulla volta superiore del forno. La combustione, attorno ai 900-1000 gradi, che interessava solo una parte della fornace, era affidata esclusivamente ai fuochisti, che fungevano in questo frangente da arbitri assoluti della produzione. Il mattone, ormai pronto per l'uso, veniva scaricato dal forno dai "cobbiettari" e accatastato nei magazzini. Un buon mattone doveva avere la forma regolare, priva di grumi e deformazioni, spigoli precisi senza sbavature e scepolature; al colpo secco del muratore doveva rompersi di netto; doveva essere sufficientemente permeabile all'acqua, nonché al geloe allo sgelo dell'acqua contenuta nei pori. I mattoni, che durante la lavorazione risultavano idrorepellenti, non sfuggivano all'occhio esperto dei capomastri e venivano usati per gli scantinati. Il lavoro in fornace era di carattere stagionale; venivano reclutati una quarantina di lavoranti provenienti dal Friuli, Veneto, valli bergamasche: erano addetti soprattutto a calare e trasportare l'argilla al frantoio e ai portici; assieme ai "cobiettari" e "gambettai" erano pagati a cottimo. Il lavoro più ambito, perché meglio remunerato, era quello dei fuochisti, salariati fissi. Erano alloggiati nella casa(esistente ancora oggi) fatta costruire appositamente dal Commendator Luigi Solcia, adibita a dormitorio e mensa.La giornata lavorativa era mediamente didieci ore e non lasciava spazio ad altre attività; il resto del tempo era occupato dal riposo. La vicinanza continua con il fuoco, la polvere, il fango ed il fumo della combustione, in assenza di igiene elementare, erano le cause dei disagi e delle sofferenze dei fornaciai. L'argilla e la polvere dei mattoni cotti formava uno spesso strato di polvere impedendo la necessaria traspirazione della pelle, per cui necessitavano continui lavaggi per il ristoro del corpo. Della nostra fornace non è rimasto più nulla, se non qualche foto sbiadita a ricordare che anche nel nostro paese si fabbricavano mattoni. (1)- De Cauville, inventore della ferrovia portatile a scartamento ridotto, per lo più con carrelli ribaltabili per lavori di cantiere. (2)- Carbone Sulcis – tipo di carbone granuloso proveniente dalle miniere sarde usato soprattutto nelle fornaci

Ultimo aggiornamento

Martedi 14 Luglio 2020